L'Italia ce le ha piccole (le imprese)

Pubblicato il 10 Giugno 2011

Ecco i numeri che mettono k.o. le nostre imprese

Come stanno le imprese italiane? Secondo l’autorevole indagine contenuta nella Relazione Annuale della Banca d’Italia, male, molto male.

Il nostro tessuto imprenditoriale mostra praticamente da ogni punto di vista di non poter reggere il confronto con le maggiori economie, e in particolare con i nostri potenti vicini d’oltralpe, la Francia e soprattutto la Germania, l’indiscussa prima della classe in Europa.

Le ragioni di questa inferiorità devono essere ricercate in una pluralità di fattori. Sicuramente pesa il fardello di un sistema infrastrutturale assolutamente inadeguato e un sistema istituzionale inefficiente. Tuttavia, una spiegazione fondamentale deve essere identificata anche nelle insufficienti dimensioni medie delle imprese italiane. I numeri, abbondanti e significativi, riportati dalla nostra banca centrale sembrano provarlo oltre ogni ragionevole dubbio.

In media le nostre imprese hanno 8 dipendenti, contro i 35 delle aziende tedesche o i 14 di quelle francesi. Queste ridotte dimensioni si traducono innanzitutto in una scarsa internazionalizzazione: la maggior parte delle nostre imprese non opera oltre i confini dell’Unione Europea, mentre è ancora debole la nostra presenza nei mercati più promettenti come quello cinese. L’importanza di avere aziende competitive a livello internazionale è chiara se pensiamo che la pur debole crescita del Pil italiano nel 2010 (1.3%, minore della media europea) proviene per la maggior parte dalle esportazioni.

In secondo luogo, imprese più piccole tendono a investire meno in ricerca e sviluppo. La componente privata dell’investimento in Italia nel 2010 era pari allo 0.5% del Pil, a fronte dell’1.5% in Francia e il 2.0% in Germania. Ciò contribuisce all’erosione della competitività di un Paese che sembra sempre più vecchio e arretrato

Il modello prevalente di gestione familiare delle imprese (strettamente collegato alle piccole dimensioni) contribuisce a produrre scarsa internazionalizzazione e scarsi investimenti, a causa della maggior avversione al rischio presente nelle aziende condotte in questo modo. Anche in questo caso l’Italia rappresenta un’anomalia nel panorama europeo: le imprese a conduzione familiare nel nostro paese rappresentano il 58% del totale, mentre questa percentuale scende al 22% in Germania e al 18% in Francia.

Se spostiamo l’attenzione alla dimensione finanziaria, la situazione non migliora. Le imprese con meno di 10 dipendenti ottengono credito bancario a un costo maggiore del 3% rispetto ai “giganti” con almeno 250 addetti. Hanno un leverage più alto del 12% e un rapporto oneri finanziari/ margine operativo lordo maggiore del 38%. Inoltre, hanno meno potere contrattuale, con un conseguente sfasamento temporale fra debiti e crediti che può creare situazioni di illiquidità. Infine, ottengono meno capitale sui mercati obbligazionari e azionari (anche se a questo proposito occorre segnalare la nota positiva della quotazione nel 2010 di 7 nuove piccole-medie imprese).

Fermo restando il problema delle ridotte dimensioni, molte cause della decadenza industriale italiana sono più generali (e tristemente note).

Innanzitutto, le istituzioni italiane spesso danneggiano le nostre imprese invece che favorirle. Ad esempio, le procedure per avviare una nuova attività sono talmente lunghe da essere ridicole: 250 giorni, che scendono a 100 in Germania e non raggiungono i 50 negli USA.  Inoltre, le pubbliche amministrazioni sono un pessimo pagatore, con ritardi nel regolamento dei debiti anche di 240 giorni (36 in Germania). La stato pietoso delle infrastrutture è un altro fattore che penalizza l’imprenditorialità nazionale.

In secondo luogo, le nostre imprese ricorrono in misura insufficiente al mercato azionario. La capitalizzazione delle società italiane nel 2010 raggiunge a stento il 27% del Pil, a fronte del 43% delle concorrenti tedesche o del 118% di quelle britanniche! Ciò non contribuisce certo a risolvere il problema del sottodimensionamento.

Risultato: le imprese italiane hanno poche prospettive, investono poco, offrono per la maggior parte posti di lavoro precari (solo il 15% dei contratti di lavoro è a tempo indeterminato), sono finanziariamente fragili e non reggono il confronto con l’estero. La relazione a 360 gradi della Banca d’Italia mette bene in luce i (molti) punti di debolezza del nostro tessuto industriale: alle istituzioni e alle imprese ora spetta il compito di intervenire per smuovere l’encefalogramma piatto dell’imprenditorialità italiana. Sperando che, finalmente, le relazioni statistiche non restino lettera morta.

 Luca Molinari

Scritto da Luca Molinari

Con tag #Economia, #PMI

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