L'inconciliabilità tra Industrialismo e Territorio

Pubblicato il 1 Luglio 2011

L'inconciliabilità tra Industrialismo e Territorio

I parchi naturali rappresentano un’esigenza tipica della modernità, strettamente legata al declino della civiltà contadina e all’affermazione della società industriale. Essi sono il segno di un rapporto con la natura che, dopo essere rimasto invariato per secoli, è oggi cambiato in modo totale.

L’aspetto sorprendente di questo mutamento è la sua eccezionale rapidità; se infatti pensiamo a come l’uomo, fin dalle origini, ha guardato alla natura, notiamo che tale trasformazione nel modo di vedere le cose è in atto da non più di una quarantina d’anni; un periodo di tempo davvero ridotto, se lo riferiamo alle unità di misura dei grandi cambiamenti che hanno interessato l’umanità.

Almeno fino alla fine delle Seconda guerra mondiale, poco più di sessant’anni fa, la vita in quelle che una volta erano le campagne si trascinava ancora secondo modelli che si possono definire antichi se non arcaici. Il fascismo stesso non era riuscito a modificare realmente il modo di vivere e la mentalità delle persone, in modo particolare negli ambienti rurali. Al fondo restava sempre l’idea che tutto fosse immutabile e che dovesse ripetersi all’infinito col ritorno delle stagioni; gli sconvolgimenti politici, il regime e forse anche la guerra, ma in misura minore, erano stati semplicemente guardati passare come una momentanea distrazione in attesa del ritorno della normalità. Allo stesso modo si vedevano arrivare e poi andare via i treni, le prime macchine o i temporali d’estate.

La pace del 1945 era però destinata a cambiare ogni cosa; arrivarono anche nelle nostre campagne un benessere, una ricchezza e una stabilità nuove e sconosciute a chi, fino a quel momento, aveva condotto una vita magari non troppo povera ma di certo molto dura.

Non so dire esattamente che cosa abbia determinato il cambiamento; quale sia stata la ragione che ha portato una società fino ad allora contadina a dimenticare di colpo le proprie origini, nel giro di una generazione. Molto probabilmente fu il rendersi conto improvviso che per vivere si poteva fare a meno della natura; che anzi, abbandonando la terra, si poteva vivere meglio. Fu una rivincita dell’uomo su chi da secoli lo teneva legato ai campi per sopravvivere. Fu una ribellione al padre padrone. Fu un’ubriacatura, e come tutte le ubriacature anch’essa ebbe la sua componente anarchica e distruttiva.

Ecco, l’attuale sensibilità ai problemi ambientali somiglia un po’ al risveglio dell’ubriaco che alla domenica, in tarda mattinata, si rende conto dei disastri del sabato sera. Certe volte sono solo delle bottiglie rotte, dei mobili spostati. A volte però i danni sono irreparabili, e il fatto di averli compiuti in stato di incoscienza non li rende meno gravi.

C’è una fotografia, scattata dalla collina di Onazzo nei primi anni Cinquanta, che mostra un’Olgiate irriconoscibile da quella attuale: poche case raccolte attorno alla stazione, l’albergo, la farmacia e poi più niente; intorno ci sono i prati che arrivano fin sotto alle prime colline di Montevecchia. C’è da chiedersi che cosa abbiamo sbagliato, come è stato possibile che un mondo così sparisse per sempre. A volte guardo quella fotografia e faccio fatica a credere che un paese così sia esistito davvero.

Scritto da Riccardo Gilardi

Con tag #Territorio, #Progresso

Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post