Equità, ricchezza e dinamiche salariali

Pubblicato il 4 Gennaio 2012

Equità, ricchezza e dinamiche salariali

Leggo spesso sul vostro giornale lettere di persone nella fascia di età tra i 50 e i 60 anni, alcuni dei quali sono andati in fabbrica giovanissimi, e che ora magari hanno più di quarant'anni di lavoro alle spalle e non sanno ancora quando andranno in pensione. Capisco il loro sconforto: è come correre una maratona, e ogni volta che intravedi il traguardo, qualcuno te lo sposta sempre un po' più in là. Spesso c'è anche chi fa a gara a chi è più sfortunato, e punta il dito contro altre categorie. Ma bisogna stare attenti a spiriti giacobini ispirati dall'egalitarismo, e prendersela con i più ricchi: c'è anche chi ha relativamente di più (sottolineo, relativamente) perché ha investito nella propria istruzione, spesso con altrettanti sacrifici di chi è andato in fabbrica presto. C'è chi ha corso rischi imprenditoriali, ha creato posti di lavoro, è stato premiato dal mercato e paga metà del proprio reddito in tasse. Questa non è la parte del paese che deve essere colpita, sicuramente non per il semplice fatto di avere redditi più alti, lo è già fin troppo. È la parte del paese viva, è quella che spesso crea più innovazione, posti di lavoro, ed è quella che, bene o male, ci dovrà tirare fuori dal pantano. Dall'analisi di Francesco Riva vediamo chiaramente che i salari in Italia sono più bassi che altrove. Nella sua riflessione manca però un parametro fondamentale -la produttività- che viene solo accennata facendo riferimento all'età. In Italia i salari sono più bassi semplicemente perché il nostro è un mercato del lavoro un po' strano: la curva degli stipendi dipende quasi esclusivamente dall'anzianità di servizio, ovvero si viene pagati di più per il semplice motivo di essere più anziani, (il che non ha alcun senso), ma il livello generale del salario dipende dalla produttività del lavoro. E dato che negli ultimi 15 anni la produttività italiana è cresciuta meno rispetto a tutto l'Ocse (spesso rimanendo proprio ferma), i nostri salari sono tra i più bassi d'Europa. Sulle cause di questa mancanza di produttività si sono spesi fiumi di parole (gli ammortizzatori studiati in modo sbagliato, la scarsa scolarizzazione della forza lavoro, imprenditori miopi con mentalità ottocentesca, sindacati ancora più miopi e decisamente troppo forti), e ognuno ha la propria idea. Ma il punto è che lavoriamo o poco, o male, o entrambi. Io voglio lanciare una provocazione: ho 22 anni e penso che la generazione antecedente alla mia sia rimasta fondamentalmente ferma all'idea del salario come «variabile indipendente», citando Luciano Lama, un po' come se, una volta assunti, fosse un diritto acquisito. Non lo è. Qualcuno l'ha scritto in costituzione, ma l'ha fatto solo perché aveva bisogno di voti, non aveva idea di quello che stava veramente facendo. Il salario deve essere un mezzo di equità sociale, ma inteso come merito. Chi ha sviluppato le competenze per lavorare, si aggiorna, migliora, lavora e lavorerà sempre. Chi si è cristallizzato, no. E questo, sia chiaro, questo vale sia per i lavoratori, sia per gli imprenditori. Sappiamo tutti che ci sono lavoratori troppo tutelati e lavoratori che non lo sono affatto, ed è chiaro che l'unica differenza tra i due è l'età. C'è una generazione, i figli del boom economico, gli anni '50 e '60, che è cresciuta con la ricchezza facile, magari creata con l'evasione fiscale, perché sappiamo benissimo che non sono i giovani ad evadere. La generazione cresciuta con l'idea di un lavoro sicuro e a vita, che noi non avremo mai. Quella generazione che ora pretende i diritti inculcatigli da qualche sindacalista degli anni '70, e che, con la sua inettitudine, ha creato il debito, togliendo il pane ai propri figli. Perché tanto lo sappiamo: alla fine si è soliti dire che pagheranno "sempre gli stessi". Ma sempre gli stessi siamo noi, la generazione successiva.

Scritto da Filippo Magnani

Con tag #Economia

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